IL MENESTRELLO ALATO – Nascita di una leggenda

solstizio primavera A.D. 1191

 

Il riflesso del sole che si immergeva all’orizzonte pareva una macchia oleosa messa sul mare per calmarlo e consentire alla cogghe di scivolare al largo.

Adenet si era sistemato a poppa per salutare la terraferma e conservare, con un ultimo sguardo, il ricordo che l’età innocente presto avrebbe rimosso.

Il resto del gruppo era a prua ad accogliere il futuro, roseo come il tramonto che stava dipingendosi in cielo.

Negli occhi del bambino erano ancora visibili le ferite del suo Namurois: solchi d’aratro trasformati in fiumi di sangue, versato da uomini che non conoscevano quella campagna divenuta un esempio di prosperità e ricchezza contadina, uomini inviati da signori ingordi che volevano l’annessione di quel pregiato fazzoletto di terra per arricchire le loro ingenti casse.

I tre eserciti si schierarono ai piedi delle alture di Walcourt: Goffredo III di Lovanio, Duca della bassa Lotaringia, a nord; Ottone Hohenstaufen, Conte di Lussemburgo, a nord est; Alberone I di Leuven, Vescovo di Liegi, a sud est; abitanti e contadini si rifugiarono sulla collina a ovest, all’interno dell’Abbazia cistercense di Jardinet.

Il polverone alzato da fanti e cavalieri tenne nascosto il deserto della distruzione fino al giorno successivo la battaglia, passata alla storia con il nome di Battaglia della piana di Walcourt; era il solstizio di primavera dell’anno 1191.

Ad Adenet e il suo amico Arnold, poco importava sapere chi aveva conquistato la vittoria; l’esito era tutto in quel momento, in quel viaggio obbligato che due famiglie di contadini stavano intraprendendo in cerca di nuova terra da far prosperare con la speranza di non vederla nuovamente svanire per cupidigia.

Nel blu irideo, un po’ più in fondo, Adenet aveva anche dipinto, indelebilmente, il quadro del racconto di uno straniero venuto dal nord, dove le città nascevano dalle acque e le brevi stagioni calde facevano fruttare i campi come nell’eden; il viaggiatore parlava di una grande isola dove gli abitanti erano belli, alti e biondi, e la loro bontà d’animo non aveva pari in alcuna delle terre conosciute.

I contadini fremevano per avere il nome dell’isola e sapere come raggiungerla.

“Dovete, via terra, arrivare al Ducato di Pomerania; dal nuovo porto di Gdansk, navi di ricchi mercanti partono ogni settimana e i coloni, in cambio di manodopera, sono sempre i benvenuti a bordo; dopo alcuni giorni di navigazione sbarcate a Visby, nel Gotland!”

I contadini si incoraggiarono a vicenda nel prendere l’unica decisione possibile, anche se la traversata del grande mare preoccupava quanto l’ignoto; sapevano delle malattie che sovente uccidevano i marinai, benché abituati; ma intendevano ricostruire un futuro ai figli, a costo di cercarlo lontano dal cuore con la speranza di potersi innamorare della nuova terra che di lì a breve li avrebbe accolti.

 

La grotta del naufrago era piena di gente d’ogni rango, dai mercanti ai pellegrini, dai nobili ai mendicanti, dagli strozzini ai contadini.

Due di questi si avvicinarono all’oste che stava mescendo alcuni boccali di idromele.

“Buongiorno, taverniere.”

L’uomo, di grossa corporatura, biondo e con indosso il copricapo vichingo, rise sotto i lunghi baffi.

“Buongiorno a voi; è passato molto tempo dall’ultima volta che mi hanno chiamato così… siete appena arrivati, vero?”

“Sì e stiamo cercando lavoro, anche da voi…”

“Sono aiutato da mia figlia e un paio di garzoni.”

“… in tal caso, potete indicarci dove o a chi possiamo chiedere?”

“In municipio! Il Borgomastro è persona onesta e sicuramente saprà aiutarvi. Prendete la via in direzione della collina.”

I due uomini uscirono e, recuperate le rispettive famiglie rimaste in attesa nella piazza adiacente, si incamminarono lungo la strada indicata dall’oste.

Una volta raggiunta la meta, entrarono nel municipio dove furono accolti e accompagnati dall’araldo.

L’edificio era terminato da poco e pareva maestoso quanto una cattedrale; all’interno, i corridoi erano addobbati con arazzi colorati e illuminati da candele appoggiate su recipienti in rame pendenti dal soffitto; al contrario, la sala delle riunioni era scarna, arredata di un semplice tavolo rettangolare collocato in prossimità delle feritoie per la luce e attorno al quale vi erano otto sedili: sette su uno dei lati lunghi e l’ultimo, con braccioli, posizionato di fronte.

Sulla parete che faceva angolo si trovava un grande mobile con ante e scaffali pieni di pergamene.

I visitatori occasionali, rimasti soli, si scambiarono uno sguardo interrogativo interrotto dalla domanda ingenua di Adenet.

“Qui ricevono i poveri come noi?”

“Non solo figliolo!”

La voce proveniva dalla parete di destra dove si aprì una porta occultata dalle ante dell’armadio: si trattava di un dipinto appositamente commissionato per lo scopo.

“Qui riceviamo tutti indistintamente; è stato un mio volere, quello di non arredare ostentatamente il salone delle riunioni: i consiglieri non devono distrarsi dalle importanti scelte che prendono ogni giorno …”

L’uomo, ancora in controluce, si avvicinò al tavolo e si fermò davanti alla sedia solitaria.

“… e qui si accomoda la persona che fa la richiesta; chi di voi ha l’onore?”

Il padre di Adenet si fece carico dell’esposizione; raccontò delle loro origini contadine, del Namurois, della battaglia e del lungo viaggio affrontato dai presenti, un viaggio carico di speranza.

“Pur detenendo la carica di Borgomastro, non posso dare risposte e suggerimenti da solo; accomodatevi in corridoio mentre riunisco i Consiglieri.”

L’uomo aveva una barba lunga incolta che non riusciva a nascondere l’ultima parte di una cicatrice sulla guancia sinistra, era abbigliato delle ricche stoffe usate dai mercanti e aveva uno sguardo sereno; con gran fiducia in quell’uomo, giustamente qualificato come onesto dal taverniere, i contadini si allontanarono, non senza notare l’apertura della porta segreta dalla quale entrarono sei figure umane avvolte in un mantello di feltro color grigio scuro, quasi corvino.

I colori degli arazzi sembravano mutevoli come l’umore dei contadini: dal rosso dell’ira pensando a Walcourt, al rosa dell’alba che li ha accolti nel Gotland; dal grigio della polvere alzata dalla battaglia, al verde della speranza alimentata dall’attesa. Poi i colori tornarono a splendere alla luce naturale.

“Potete accomodarvi.”

Il Borgomastro aveva terminato il consiglio cittadino e poteva finalmente dare l’agognata risposta.

“Spiacente, la terra qui intorno è tutta assegnata.”

Il responso sibilò come una freccia che scansi ma va a colpire al cuore un compagno, in questo caso la famiglia, alla quale non riesci a garantire un futuro.

“Però…”

Forse il vicino è salvo!

“… provate ad allontanarvi dall’abitato in direzione nord; molti coloni si sono avvicinati a Visby abbandonando alcuni appezzamenti di terreno dove ancora nessuno è subentrato.”

Le speranze accumulate nei due anni di pellegrinaggio rinvigorirono a quelle parole e l’animo dei contadini fu rasserenato da fiducia rinnovata.

 

La nottata passata a riposare nella stalla della locanda rese agevole il cammino.

Per diverse miglia, intorno alla città, si estendeva una vasta piana ondulata, interrotta da coltivazioni sistemate a scacchiera che dopo alcune miglia lasciavano il posto a un paesaggio fantastico.

Con il sole allo zenit, i viandanti giunsero alla meta: il villaggio di Lummelunda, una ventina di abitazioni contadine poste a quadrilatero a formare un ampio spiazzo antistante, mentre sul retro di ciascuna si estendeva, come un’ombra allungata dall’alba o dal tramonto, il terreno coltivato.

Nello spazio aperto vi erano un pozzo e alcuni abeti, piantati a cerchio, che donavano la loro ombra a panche e tavoli sistemati in centro e dove i viandanti si avviarono.

“Non siete del Gotland; cosa andate cercando?”

Senza che si accorgessero della sua presenza, una donna anziana formulò la domanda alle loro spalle; il tono era gentile, il medesimo riscontrato nella voce del Borgomastro Hans Peter Jarl, e i contadini non ebbero difficoltà a girarsi per fornire la risposta.

“Veniamo dal Namurois; siamo contadini e allevatori; la nostra terra è stata devastata dopo una lunga battaglia tra ricchi signori… abbiamo perso tutto.”

In pochi istanti tutti i coltivatori uscirono dalle loro case abbandonando il riposo del dopo pasto; si sedettero sulle panche e, appassionati dal racconto, incalzarono i forestieri per avere particolari.

“Dunque, siete venuti a cercare fortuna nella terra dei Goti.”

Prese la parola un uomo che pareva essere il più anziano del gruppo, anche se, a ben vedere, tutti dimostravano la medesima età, tranne un gruppetto di bambini rimasti sotto l’ombra di un pergolato costruito intorno all’abitazione più grande.

L’uomo avvertì lo stupore.

“I giovani hanno abbandonato la campagna per quella di Visby, non per i prodotti, che sono i medesimi, ma per la vicinanza alla città che sta prosperando e con essa le richieste di approvvigionamento. Ma dove c’è ricchezza c’è delinquenza e in molti hanno riportato i figli a casa, al sicuro.”

A quelle parole, i pellegrini si sentirono avvolgere da quella landa che, pur se sconosciuta, già pareva loro famigliare e protettiva.

“Avete ancora terreno da assegnare?”

“Sì, ma abbiamo fatto una promessa alle famiglie che sono partite: quando il terreno viene assegnato, i nuovi coloni devono prendersi cura del loro bambino; questo è il prezzo richiesto in cambio.”

Gli occhi delle due giovani donne si illuminarono pensando al secondo figlio che non avevano messo al mondo, mentre quelli degli uomini lasciarono trasparire un velo di preoccupazione.

“Gli appezzamenti liberi sono quelli a fianco della gilda, uno per la coltivazione dei cereali, l’altro un po’ più povero, ma la biada che se ne produce è tutta per la nostra maggiore risorsa: le pecore e la loro preziosissima lana.”

Ora, anche gli occhi dei due uomini presero a brillare, poiché pareva loro di essere in un sogno: ciò che avevano imparato, e bene, nel Namurois, ora potevano metterlo in pratica in una terra lontana molte miglia dalla loro.

Bastò uno sguardo.

“Le prendiamo, e avremo cura dei bambini come fossero i nostri.”

Un cenno senziente dell’anziano pose fine alla trattativa e tutti corsero verso l’edificio denominato gilda da dove uscirono con focacce, carne e pesce secchi, e un paio di bisacce.

“Un’ultima cosa: a poca distanza dal nostro villaggio, in direzione nord est, c’è una grotta; per noi, i nostri antenati e i nostri discendenti, è un luogo sacro e dovete starne lontani fino a quando non sarete istruiti su di esso.”

L’annuncio fece calare il silenzio; i forestieri si sentirono osservati e a disagio, fino a quando capirono che tutti i presenti attendevano un loro cenno di assenso.

“Certo, saremo rispettosi del luogo da voi indicato e attendiamo di conoscerne la sacralità.”

“Bene, ora possiamo dare inizio ai festeggiamenti!”

Tutti parteciparono divertiti tranne Andreij, il bimbo destinato a diventare il fratellastro di Adenet.

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